Il valore della vita umana

Ovvero: la tecnologia a sostegno dell'evoluzione morale

di Adriano Autino

Le figure sono tratte dal sito http://www.irobotmovie.com/ 

ed appaiono per gentile concessione della Twenty Century Fox

Le tre leggi della robotica, di Isaac Asimov
  1. Un robot non può far del male ad un essere umano, né permettere — non intervenendo — che qualcosa o qualcuno facciano del male ad un essere umano.

  2. Un robot deve sempre obbedire agli ordini impartiti da un essere umano, a meno che essi non confliggano con la Prima Legge.

  3. Un robot deve sempre salvaguardare la propria esistenza, a meno che così facendo non debba infrangere la Prima o la Seconda Legge.

  Potrebbero i moderni sistemi d'arma agire secondo queste leggi?

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Morale astratta e morale concreta

Di fronte agli eventi tragici di questo inizio secolo e millennio, i movimenti d'opinione si sono divisi su categorie politiche tradizionali. Da una parte - quella degli eredi dei movimenti progressisti del secolo scorso - si è detto "no alla guerra, senza se e senza ma". Da altre parti, non solo mosse da interessi economici e/o di potere, si è detto sì alle guerre giuste, e si è anche parlato di guerre cosiddette "umanitarie". Intendo volutamente tralasciare, in questa riflessione, le cause economiche e di potere delle guerre di questi ultimi anni, alle quali ho già dedicato altri articoli e riflessioni. Riprendo, qui, il filo della riflessione unicamente dai punti di vista etico ed umanistico.

La gran parte degli analisti incorrono in vizi che, francamente, mi provocano l'orticaria. Quelli più gravi sono i seguenti: (i)  analizzare gli eventi o i tratti culturali delle società come fatti del tutto astratti, estemporanei, e slegati dai processi storici e sociali che li precedono e/o li accompagnano nel tempo (ii) dare per scontate ed universalmente riconosciute (a seconda dell'inclinazione ideologica, politica o filosofica) certe categorie morali, come se fossero variabili del tutto indipendenti dal numero delle persone e dalle dimensioni fisiche, geografiche, culturali. 

Io mi muovo invece da un altro punto di partenza: nulla è scontato, non esistono, nella realtà, categorie morali valide per tutti e per ogni tempo e luogo, e non ci sono mitici "valori" cui si possa ritornare, grazie al semplice sbarazzarci di supposti impedimenti. Qualsiasi analisi deve sempre considerare come parametri fondamentali la questione del numero delle persone implicate, dello spazio fisico in cui queste si muovono e delle risorse a loro disposizione. 

Benchè i fautori di soluzioni semplici continuino ad andare per la maggiore, va ribadito fino alla nausea che la realtà è sempre più complessa, e che 6.5 miliardi di persone non possono pensare di cavarsela semplificando il mondo. E neppure procedendo a zig-zag, seguendo la nefasta pratica del: questo comincia a dare problemi seri, allora proviamo a fare il contrario. Il contrario probabilmente darà anche più problemi, inoltre si tratterà di problemi che non conosciamo ancora! Dobbiamo finalmente ragionare con il vecchio Aristotele, convincerlo ad andare in pensione, e cominciare ad utilizzare il suo dualismo solo come uno degli strumenti di lettura del reale, e non più come l'unico! 

La conquista di valori etici più avanzati non può che essere frutto di un duro lavoro di analisi, elaborazione e confronto tra diversi. Un lavoro di correzione continua, e non di soppressione dei problemi perché ci hanno stufato. Un lavoro di ricerca della qualità per maggior osservazione ed analisi, e non di rifiuto di qualsiasi cosa non sembri a prima vista perfettamente bianca o perfettamente nera. Perché tutti noi terrestri siamo diversi, per interessi, filosofia, morale, visione del mondo. Diversi, ma non necessariamente sempre contrapposti, e quasi mai riconducibili a facili schemi di buono e cattivo. Ma basta poco perché le nostre diversità ci sembrino sovrastanti ed impossibili non solo da conciliare, ma anche da capire. Basta poco perché la cultura dello sterminio, invece di andare in calando, come ci eravamo illusi nell'ultimo quarto del secolo scorso, torni ad aumentare, in modo apparentemente inspiegabile. 

La questione dei processi che portano all'affermarsi di determinate culture è di primaria importanza. È quindi molto rilevante, ad esempio, il motivo che ha portato certi gruppi di persone ad armarsi, per capire e determinare se le armi siano poi utilizzate, o non utilizzate, e in che modo. I processi storici restano nella cultura di un paese o di un gruppo etnico, ben oltre la capacità dei singoli di ricordare. Alcuni partigiani in Italia, che si erano armati per combattere il fascismo ed il nazismo, hanno tenuto le armi nascoste per decenni, dopo la fine della seconda guerra mondiale, in caso fossero servite ancora contro un'altra dittatura. I terroristi legati ad ideologie coercitive ed autoritarie della destra e della sinistra in era industriale si sono armati per combattere una loro guerra allucinata e folle. Lo Stato Italiano è armato costituzionalmente per difendere i confini nazionali da possibili invasori. I cittadini che si armassero per reazione ad una criminalità supposta dilagante costituirebbero un altro processo, peculiare per finalità, e probabilmente caratterizzato da un elevato grado di disponibilità nervosa all'uso delle armi. 

Il vero veleno sociale è l'assassinio, comunque sia giustificato 

In quasi tutte le motivazioni che portano gruppi di persone ad armarsi è sconcertante notare però un tratto comune: le persone sono disposte ad utilizzare le armi per uccidere, e non solo per difesa. La questione poi di valutare se in una data situazione io sono veramente in pericolo di vita è ovviamente del tutto relativa e soggettiva: se sono nevrotico sarò facilmente incline a strategie del "colpire per primo come miglior difesa". Se sono molto nevrotico mi aggregherò probabilmente con altri nevrotici, per costituire ronde di vigilantes, per andare a scovare "potenziali criminali, prima che possano nuocere". Da qui a regimi violentemente coercitivi il passo non è molto lungo, ed allora qualsiasi discorso sull'etica diventerebbe puro vaniloquio: con tali regimi è in genere impossibile ragionare, e la parola passerebbe necessariamente alle armi. Da notare come certi processi abbiano portato certe armi ad arrugginire nei loro depositi segreti, mentre altri processi le portino ad essere usate. E dobbiamo anche notare che non ha molta importanza neppure l'abbondanza o la scarsità di armi, nella società: l'11 settembre 2001 ha dimostrato che qualsiasi cosa può essere usata come arma di sterminio. Ciò che conta, in ultima analisi, non sono gli strumenti né le tecnologie: è la disponibilità della gente ad uccidere. E questa è un'attitudine che affonda le sue radici nell'istinto animale, e puo' venire sublimata soltanto grazie all'evoluzione culturale della nostra specie.

Distinguere tra guerra giusta e guerra sbagliata è quindi un modo improprio di sollecitare giudizi politici ed etici sui conflitti. Qualsiasi guerra, qualsiasi rivoluzione, qualsiasi resistenza, anche se nasce da motivazioni sacrosante (esempio sbarazzarsi di un regime coercitivo, violento e liberticida), diventa sbagliata, non appena si macchia del primo omicidio. È un dramma che tutti coloro che hanno impugnato le armi contro l'oppressione hanno dovuto affrontare: divento anch'io un assassino, un soppressore di vite umane, anche se di fronte alla storia l'oppressore porta indubbiamente una responsabilità ben maggiore. Da sempre tale dramma viene rimosso con la retorica, le canzoni, e il canto dell'eroismo dei... vincitori. Tutte queste considerazioni, è bene sottolinearlo, non intendono affatto avallare tesi relativistiche, che mettono sullo stesso piano oppressori, che uccidono e torturano per scelta ideologica, ed oppressi, che si trovano ad uccidere per cercare di rovesciare la tirannia. Semmai sarà da aggiungere, sul conto morale degli oppressori, anche la responsabilità di aver messo persone altrimenti pacifiche nella situazione di diventare assassini, sia pure per autodifesa.

Tuttavia, occorre considerare che, per chi ha avuto dei familiari uccisi, il dolore è lo stesso, ed uguale sarà il desiderio di vendetta, la perpetuazione della catena di odio, vero e proprio veleno sociale. È questo veleno che le nostre comunità devono sforzarsi in ogni modo di eliminare: il veleno sociale che origina dall'assassinio, quale che ne sia la motivazione, morale o immorale. Il comandamento millenario dice: non uccidere, punto. Non aggiunge alcuna considerazione sulle motivazioni del gesto, e su questo dobbiamo riflettere, quale che siano le nostre premesse di fede, religiose o laiche. Non aggiunge nemmeno che l'omicidio è vietato al singolo e consentito allo stato. Dice: non uccidere. Dobbiamo riflettere su questo per la nostra convenienza sociale, così come discutiamo i costi sociali del fumo, o delle malattie. Occorre finalmente chiederci quanto ci costa, in un mondo sempre più complesso, che sempre più abbisogna dell'attenzione partecipante di tutti i suoi abitanti, non creare un'etica capace di farla finalmente finita con la mala abitudine dell'omicidio.

Scienza e tecnologia sono parte della soluzione, non del problema. 

Oggi si sente ad ogni piè sospinto additare la tecnologia, come responsabile della nostra violenza, e del ritardo nella nostra crescita morale. Secondo costoro, l'evoluzione morale non terrebbe il passo con l'evoluzione tecnologica, e noi saremmo come bambinoni dotati di giocattoli troppo pericolosi, per la nostra ancora scarsa cognizione etica. E la soluzione sarebbe: fermare lo sviluppo tecnologico e scientifico, per dar modo alla morale di rimettersi in pari! 

Niente di più falso e pericoloso: è come cercare di togliere l'ascia e l'idrante dalle mani del vigile del fuoco che sta cercando di salvarci dall'incendio della nostra casa. L'umanità del terzo millennio, se vuole avere una speranza di continuare a crescere come civiltà, non può fare a meno della tecnologia più di quanto possa fare a meno dell'acqua fresca da bere. E verrà anche il giorno in cui avremo acqua fresca ed ossigeno solo grazie alla nostra tecnologia, posto che non fossimo riusciti a suicidarci prima. Ma forse chi pronuncia tali accuse contro la nostra unica speranza di salvezza spera esattamente che noi "si vada a fuoco", così saremo puniti per aver "rovinato il pianeta". Senza la tecnologia non abbiamo nessuna speranza di salvezza, in nessuna direzione, rispetto a nessuno degli "incendi" che incombono. 

Di più: la ricerca scientifica e la tecnologia possono venire in aiuto anche della nostra evoluzione morale, purché si abbia la lucidità di vedere le minacce per quello che sono, e di indivuare - politicamente - le scelte giuste, le direzioni in cui orientare la ricerca stessa. Per esempio, continuiamo a fare ricerca per nuovi sistemi d'arma finalizzati ad uccidere ed a distruggere, invece di rivolgerci in altre direzioni. Ma questo discorso lo riprendo dopo: per adesso ho solo detto che la tecnologia non è colpevole, e non ho ancora rivelato alcun indizio che contribuisca a stanare i veri colpevoli del nostro ritardo culturale. Questi agiscono a livello molto più profondo, rispetto ai livelli dove si muove la ricerca tecnologica. La ricerca tecnologica è frutto di decisioni politiche, e non il contrario. Le decisioni politiche sono frutto degli schemi di valore e di percezione del reale che le nostre società hanno coltivato da secoli e millenni. È lì che dobbiamo cercare, se veramente vogliamo trovare i bachi, e provare a rimuoverli.

Le religioni ed il rispetto della vita

Cominciamo con lo scegliere i parametri della nostra ricerca. Il primo, e forse anche l'ultimo, è il rispetto della vita umana. Valore che molte religioni - teiste o secolari - proclamano a gran voce di sostenere, salvo poi essere smentite continuamente dai fatti. È facile scivolare su concezioni astratte del rispetto della vita, che non si traducono nel rispetto di ogni singolo essere umano vivente, e dei suoi diritti fondamentali. Ed è ancora più facile, se si pensa alle tante distorsioni - alcune delle quali elencavo all'inizio di questa discussione - che vengono tranquillamente accettate come se fossero perfettamente logiche e ragionevoli: ragionare sulla specie, o sull'umanità, non è evidentemente la stessa cosa che ragionare su ciascuno dei 6.5 miliardi di terrestri. Non voglio pensare che davvero tutte le religioni siano nate, come sostiene acutamente il prof. Luigi De Marchi1, come rimozione dell'idea della morte. Alcune saranno anche nate per sincera ispirazione, se non divina, almeno orientata a far del bene, nel senso di rifiutare il caos e la ferocia naturali, ed accedere a comportamenti e rapporti sociali più alti. Inoltre ho molto rispetto per le fedi, specie quelle che portano al volontariato disinteressato (e non alla vendita della fede in cambio di aiuti).

Premesso tutto questo, dobbiamo però chiederci, e chiedere ai nostri amici Cristiani, Ebrei e Musulmani: visto che il nostro mondo, monoteista, possiede da qualche migliaio di anni una legge che dice "non uccidere", perché ancora non la rispetta? Bando alla tentazione di scaricare la responsabilità: la responsabilità della mancata applicazione di questa legge ci compete, interamente. Come ho detto in altri articoli, non ha importanza la fede religiosa o politica professata dai singoli individui (credenti, atei, agnostici, liberisti, statalisti, ecc...). Tutti siamo cresciuti in queste società, ed abbiamo succhiato lo stesso latte ideologico: ancora al di sotto delle differenze etiche tra Cattolicesimo, Protestantesimo, Ebraismo, Islam, c'è quella legge, che dice "non uccidere". È vero che il buon Mosè portò giù dal monte delle tavole su cui il comandamento "non uccidere" stava allo stesso livello di "non desiderare la donna d'altri". Ma ognuno di voi si guardi bene nella coscienza, e risponda sinceramente: considerate davvero far l'amore con qualcuno che non è il vostro coniuge e l'omicidio come due peccati della stessa gravità? Sono certo che tutti vediamo bene la differenza: togliere volontariamente la vita a un altro essere umano è il crimine più atroce, che più ci avvicina al regno animale, cui biologicamente apparteniamo. Fare l'amore invece, se non è accompagnato da sentimenti di malanimo nei confronti di qualcuno, se è libero da sensi di colpa, se non è fatto per rubare qualcosa (ad esempio la donna d'altri, come fosse una pecora, o una proprietà) può essere un mezzo di unione tra le persone, di maggior comprensione ed amore.

Se ci pensiamo un attimo, e con ciò non intendo offendere i sentimenti religiosi di nessuno, possiamo discutere qualsiasi degli altri nove comandamenti, sia nella versione originale della Bibbia, sia nella versione rivista dalla Chiesa Cattolica: considerare "la moglie del tuo prossimo" alla stessa stregua del bue, della casa e delle altre proprietà credo debba far sollevare, e con ragione, più di un sopracciglio. Del resto non è da molto che alcune religioni considerano la donna un essere umano a tutti gli effetti. Anche nel riassunto dei comandamenti fatto da Gesù Cristo nel Vangelo, "non uccidere" compare al primo posto. Il Corano, per la verità, non condanna l'uccisione tout-court: "...Chiunque uccide una persona che non ha ucciso nessuno o non ha commesso un peccato orrendo, sara' come se avesse ucciso l'umanita' intera. (5:32) Non uccidere nessuno senza giusto motivo, perche' Dio ha fatto la vita sacra: quanto a chi e' stato ucciso ingiustamente, Noi diamo al suo curatore potesta' di vendicarlo, ma questi non ecceda nella sua vendetta, che pensera' Dio ad aiutarlo (17:33)". Ma non è mia intenzione analizzare minuziosamente le differenze tra le diverse religioni monoteiste. Piuttosto rilevo nelle parole del Corano un concetto per me interessante: uccidere una persona è come uccidere l'intera umanità. Questo concetto suona decisamente simile alla condanna di Robert M. Pirsig della pena di morte: è meglio che soccomba una intera società (non nel senso delle persone che la compongono, ma nel senso di entità giuridica e politica) piuttosto che sia soppressa scientemente una sola vita umana. Perché ogni uccisione priva l'umanità di un pensiero potenzialmente dinamico, ovvero portatore di innovazione e di qualità dinamica. 

Questo concetto, della assoluta preziosità e sacralità di ogni e di ciascuna vita umana, è il livello etico laico proposto dal neo-umanesimo.

Tutte le persone, a qualsiasi fede appartengono, dovrebbero aderire a tale principio, e lavorare all'interno delle proprie comunità, affinché vi sia adottato e pienamente metabolizzato. 

Ogni vita è preziosa perché potrebbe portare un tassello fondamentale nella soluzione dei problemi che ostacolano l'ulteriore crescita della nostra civiltà. 

E certamente lo farà, aggiunge il neo-umanesimo, se solo la società riuscirà ad organizzarsi in modo da dargliene la possibilità: il patrimonio umano è immenso, ma giace dimenticato dai burocrati che governano le nazioni del mondo, che tutto hanno in mente, tranne che utilizzare tale patrimonio. 

Ma questo semplice passo evolutivo, del riconoscimento della sacralità di ogni e di ciascuna vita umana, sembra oggi talmente lontano, che dobbiamo ancora approfondire l'analisi: se bastasse indicare i principi giusti, l'umanità sarebbe probabilmente molto più avanti. Occorre anche rimuovere le metafisiche concettualmente false e fuorvianti.

Dunque, tutte le religioni - non solo quelle monoteiste - propongono un qualche tipo di vita dopo la morte. Che tali credenze siano nate come rimozione dell'ancestrale orrore della morte oppure no, poco cambia, nel loro effetto sull'etica delle persone. Attenzione: non sto cercando di convincere milioni di credenti a sbarazzarsi della loro fede! Io stesso non sono ateo: la mia posizione è di agnosticismo aperto. Anch'io trovo piuttosto peculiare la nascita e lo sviluppo della vita intelligente su un granellino di sabbia sperso nell'Universo, e non mi basta che questa sia statisticamente possibile (è il numero di zeri dopo la virgola prima della prima cifra significativa, che mi impressiona...). E comunque non è necessario gettare alle ortiche la propria fede, è sufficiente prendere coscienza dei problemi etici che possono essere molto difficili da portare alla luce. Problema: qualsiasi azione consolatrice, se da un lato ci mette l'animo in pace, dall'altro porta con sé i rischi terribili dell'oblio, della ricaduta nello stesso errore e del declassamento di intere categorie etiche. Un esempio: la fede cattolica comprende il sacramento della confessione; confessando i peccati, anche i peggiori, e facendo la dovuta penitenza, questi sono cancellati, e riacquistiamo la serenità. Ma, se abbiamo ucciso o ridotto in schiavitù qualcuno, come dobbiamo considerare il resto della nostra vita? Possiamo pensare di tornare dal buon parroco, e confessargli: "Accidenti Padre, l'ho fatto di nuovo!"? C'è qualche conto del dare ed avere che comincia a non tornare. Così è anche per il concetto di perdono. Certo, perdonare è un sollievo spesso più per chi perdona che per il perdonato. Tuttavia, sia la confessione sia il perdono portano purtroppo un angoscioso rovescio di medaglia: una volta confessato e perdonato, ho azzerato i conti con la mia coscienza, e posso peccare di nuovo! Ancora: posso anche sorridere se i peccati di cui stiamo parlando sono storie d'amore, ma non mi viene da sorridere per gli omicidi, la schiavizzazione, il terrorismo, la guerra cruenta e la terrocrazia (il governo del terrore). 

Allora probabilmente la vita dopo la morte, la reincarnazione, la resurrezione, i diversi paradisi e gli inferni, se da un lato ci consolano per la perdita dei nostri cari, e per la certezza di dovere un giorno morire, forse hanno una parte di responsabilità, e non secondaria, nello scarso valore attribuito alla vita umana. In fondo non si annienta davvero un'esistenza, se l'anima continua ad esistere, al cospetto di Dio, o magari si reincarna prima o poi in un altro corpo. E se comunque i malvagi sono puniti con l'inferno, o con la reincarnazione in forme inferiori, il nostro livello di tolleranza per le loro azioni in questa vita aumenta: meno fastidi abbiamo meglio è, ci penserà poi Dio, o il Karma.

Non si tratta, esclusivamente, di un problema di integralismo religioso. Un ragionamento non integralista, per qualsiasi credente, comunque potrebbe essere questo: "Io sono sicuro, nella mia fede, della vita dopo la morte. Tuttavia non posso – perché sarebbe coercizione, quindi moralmente inammissibile – imporre questa convinzione ad altri. Dal momento che nella società esiste la convinzione ed il ragionevole dubbio, da parte di molti, che non vi sia in realtà una vita dopo la morte, lo spegnimento di qualsiasi vita provoca enorme sconforto nel mio prossimo, e reazioni a catena, di odio e di faide inestinguibili. Devo quindi attribuire a ciascuna vita umana un valore sacro ed inviolabile, esattamente come se avessero ragione i non credenti. Sia questo il mio principio di precauzione e di maggior attenzione per tutto il mio prossimo, credente, non credente o agnostico." 

Le ideologie politiche ed il rispetto della vita

Ho esaminato il problema delle religioni teiste, ma quelle laiche non sono da meno. Ed anche la nostra cultura, in generale, sembra avvitarsi in un'involuzione tremenda, per quanto riguarda i diritti umani fondamentali. Tutte le ideologie collettiviste - di destra e di sinistra - che hanno animato l'era industriale, hanno minimizzato il valore della singola vita umana, a favore del bene sociale supremo, la società utopica o, molto più prosaicamente, i privilegi della burocrazia al potere. Anche queste concezioni, ed i processi sociali che hanno portato ad esse, si sono sedimentati nel sentire filosofico delle nostre società, accanto alle diverse filosofie religiose: del sacrificio (Cattolici), della supremazia dei prediletti dal Signore (Protestanti), della persecuzione degli infedeli (Islam), del diritto biblico a prendere la terra altrui (Ebrei). Le ideologie liberiste, dal canto loro, hanno sempre avuto una concezione dura e ferocemente competitiva dei rapporti umani: se uno non ce la fa, meglio, ce ne sarà di più per me! La competizione, per i liberisti integralisti, che amano prendere a modello la legge naturale, include la morte per i perdenti, senza alcun problema morale. Da ultimo, negli ultimi trent'anni, abbiamo assistito alla crescita di una filosofia, quella verde, che mette al primo posto il resto della natura di questo pianeta, ed accetta tranquillamente la prospettiva della riduzione del genere umano. Per meglio conseguire i propri obiettivi, tale filosofia ha instillato nella nostra mente, se mai ce ne fosse bisogno, un senso di colpa ed un desiderio di espiazione senza precedenti: quale può essere la punizione adeguata per aver rovinato il pianeta?! L'unico pianeta che madre natura, tanto buona, ci aveva premurosamente donato! Questo senso di colpa non è che un altro desiderio di regressione infantile, di poter tornare a quando eravamo tanto pochi e stupidini che non riuscivamo ad inquinare se non piccole e del tutto trascurabili aree del nostro pianeta, così come un bimbo riesce al massimo a sporcare il lettino con la propria pipì. 

Adesso siamo cresciuti, e dovremmo finalmente alleviare un po' questo pianeta, andando a colonizzarne un paio di altri, portandovi la vita, facendovi fiorire piante e giardini, facendo risuonare risate di bambini dove regnavano solo distese di polvere e squallore. Ma per fare questo, riaprendo così il mondo alla speranza, dovremmo diventare anche adulti, ed andare oltre la nostra limitata prospettiva.

Pressochè tutti i governi del mondo occidentale (e non parlo di quello orientale solo perché non lo conosco abbastanza), governano grazie al terrore, sono quindi dei terrocrati. Se il mondo non fosse precipitato nella nefasta spirale di terrorismo e guerra, le tecnologie di telecomunicazione potrebbero aver favorito, almeno nelle società più avanzate, l'avvento di governi più leggeri, in direzione dell'auto-governo. I più critici ovviamente sostengono che la spirale di terrorismo e guerra è voluta proprio dai terrocrati per mantenere il loro potere, ma io credo di più alla concomitanza di cause che alle regie dei grandi fratelli. Invece, poiché le società cristiane insistono a combattere contro società islamiche integraliste, sarà fatale per le prime regredire a livelli di integralismo religioso degni di altre epoche: come osserva Pirsig, combattendo lo stesso nemico per tanto tempo, si finisce con l'assumerne parte dei connotati culturali. È successo ai tempi della frontiera americana, tra pionieri e pellerossa: secondo Pirsig la cultura americana della libertà viene proprio dall'indomito carattere dei nativi americani. E succederà ancora, ma non in positivo: per quanto l'Islam più evoluto possa sicuramente darci qualche principio positivo, sul piano dei concetti etici ed evolutivi, non è contro l'Islam più evoluto che combattiamo, ma contro i terroristi e la cultura del martirio suggerita degli Imam più retrogradi, che se ne stanno al sicuro nelle loro moschee, e mandano al sacrificio i propri giovani. Ed io sono annichilito dal disprezzo supremo per la vita degli individui, che questa pratica esprime. A meno che noi non si riesca ad imparare qualcosa dalla storia, sarà fatale seguire il terrorismo nella sua spirale di morte, reagendo alle uccisioni con altre uccisioni, contribuendo con ciò a ritardare di altri secoli l'applicazione di quell'antica legge di cui parlavo all'inizio. Un faro di speranza è stato acceso (per tutti) il 30 gennaio 2005, da otto milioni di Iracheni che sono andati a votare, a rischio della loro vita! Una lezione di democrazia che l'Occidente non si aspettava e forse impiegherà del tempo per capire.

Entertainment e rispetto della vita 

Tutta la nostra cultura segue malauguratamente una spirale nera, compreso l'entertainment. Non so se ci avete fatto caso, ma su dieci film passati dalle tv (tutte, dalla RAI, a Mediaset, a SKY) almeno otto sono macelleria, horror, noir, tragedie della follia. Gli altri due sono favolette stupide per bambini troppo cresciuti. In tutte le pellicole che ci vengono somministrate quotidianamente, e che noi assumiamo scrupolosamente quasi si trattasse di una messa mediatica - circa a metà della quale il protagonista-officiante ci avverte che "andrà tutto bene", perché in fondo questo è solo un film, che si propone di inoculare il suo veleno terrocratico con delicatezza - il rispetto per la vita dei singoli individui non è nemmeno l'ultima delle preoccupazioni: proprio non esiste! Tutta la nostra cultura sembra pervicacemente orientata a farci accettare l'idea di un grande olocausto, a prepararci per l'Armageddon prossimo venturo. È una pressione che si fa sempre più forte, con il passare dei mesi e degli anni. Sempre più la nostra realtà diventa peggiore dei film, e divide il mondo in due parti: i terroristi e quelli che governano grazie ai terroristi. 

Ma, attenzione: questo processo involutivo (come tutti i processi da che questo strano animale, sociale e senziente, ha iniziato il suo cammino su questo strano pianeta, oasi felice in un sistema solare altrimenti ostile alla vita) esiste prima di tutto nella nostra mente, e si sviluppa nella realtà solo perché noi gli permettiamo di svilupparsi.

Basterebbe che ci orientassimo in un'altra direzione, e tutto il processo cambierebbe di segno.

È proprio questo che dobbiamo fare: vedere la realtà, e cominciare a camminare in un'altra direzione. Non si tratta di rinunciare alla propria fede o ideologia. Solo, vi prego di non rannicchiarvici come se fosse il grembo della mamma, sicuri che sia giusta in assoluto e che contenga tutte le risposte. Se ci ragionate con un po' di obiettività, vedrete che di risposte ne mancano un bel po', e sta a tutti noi trovarle. Non vi affidate corpo ed anima alla vostra ideologia: prima o poi qualcuno potrebbe chiedervi di imbracciare un fucile, per difenderla contro altre ideologie. Tutte quelle ideologie - la vostre e le altre - mancanti di qualche tassello, magari proprio quello che potrebbe farne delle ideologie finalmente umaniste. Ma voi non vi trovereste a sparare a delle ideologie, anche se così vorrebbero farvi credere: sparereste a delle persone, con sulla faccia la stessa speranza di far bene, e nel cuore la stessa certezza di far male, e peggio. La certezza di continuare a trasgredire quella legge vecchia di migliaia di anni, che ormai dovremmo avere da tempo imparato a rispettare: non uccidere.

L'antica legge non dice "non combattere". Dice: "non uccidere".

E veniamo al punto cruciale di tutto il discorso. Dire di no alla guerra è certo giusto, e sarebbe ora che si trovassero altri sistemi per risolvere i conflitti economici, sociali e di potere. La guerra affonda le sue origini nella notte dei tempi, quando gli uomini erano poco più che scimmioni bellicosi, che si fronteggiavano per il possesso di una pozza d'acqua (non molto diversi da quello che sono oggi, potremmo osservare se volessimo essere cinici).

Ha senso aspettarsi che possa terminare, da un punto di vista antropologico, solo perché molti di noi terrestri del terzo millennio lo ritengono desiderabile? Mi batterò contro la guerra tutte le volte che potrò, perché c'è sempre la possibilità di sedersi intorno ad un tavolo e negoziare delle soluzioni. Ma dovrà passare certamente dell'altro tempo prima che si sviluppi una massa di negoziati virtuosi sufficiente a portare un cambiamento così radicale e vasto nei nostri comportamenti, da abbandonare decisamente la guerra come mezzo di soluzione dei conflitti. 

Allora, mi direte, cosa hai scritto a fare fin qui? Non possiamo fare niente, e dobbiamo rassegnarci. No, signori, non è così: possiamo fare, e molto. 

L'antica legge non dice "non combattere". Dice: "non uccidere". 

Lo so che suona strano, perché nessuno aveva sinora provato a coniugare questi verbi in questo modo. È necessario cominciare a ragionare in un'altra direzione: combattere non significa necessariamente uccidere. Questa nuova consapevolezza ci trasmette subito una sensazione di liberazione da un'oppressione tremenda, perché ci riconsegna la capacità di lottare contro le ingiustizie e le tirannie, e di combattere per i nostri ideali, senza che nessuno si faccia male. Ma com'è possibile? Nessuno combatte più a mani nude, e le armi uccidono. Del resto anche le mani nude uccidono, se addestrate. Ma se noi siamo stati capaci, nel giro di due soli secoli, di inventare tecnologie che ad un terrestre del 1700 che si trovasse a vivere ai giorni nostri sembrerebbero magia pura, pensiamo che non si possano inventare sistemi d'arma capaci di mettere i malvagi in condizioni di non nuocere senza uccidere? Balle, è un problema politico ed economico. Armi non letali, capaci di immobilizzare i cattivi senza ucciderli, non si trovano solo nella peraltro vasta letteratura di fantascienza (es. la frusta neuronica di Isaac Asimov, "La fine dell'eternità"). Questo tipo di armi esiste già oggi, ma in misura molto minore, rispetto alle – apparentemente più redditizie – armi di distruzione e sterminio. Alcuni esempi: collanti a espansione, polimeri liquidi che poi legano ed immobilizzano il bersaglio; agenti chimici, gas lacrimogeni e gas paralizzanti (CS gas), agenti soporiferi assorbibili dalla pelle; armi ad impulso elettromagnetico (EMP), che disabilitano circuiti elettronici e macchinari elettrici; laser ed armi accecanti; armi elettromagnetiche e a microonde, che disturbano le funzioni di apparecchi elettronici, ed anche quelle del cervello umano; armi acustiche che usano il suono di generatori di onde a pressione meccanica; mine non letali Claymore, che disperdono proiettili non-penetranti; congegni per bloccare veicoli terrestri; reti grandi come un campo di calcio, cosparse di "effetti immobilizzanti" adesivi o urticanti; fucili che sparano una schiuma viscosa, e barriere per immobilizzazione di individui; armi a vortice spirale, dispositivi ad alta tecnologia per combinare getti di gas turbinanti con flash accecanti; sistemi di lancio tattico per aerei, in grado di sparare sostanze chimiche inabilitanti, munizioni cinetiche e tintura marcante. Nel mission statement del Joint Non-Lethal Weapons Program (Marines US), leggiamo: "si definiscono NLWs 'armi che sono esplicitamente progettate e prioritariamente impiegate per inabilitare persone o materiali, minimizzando le fatalità, le lesioni permanenti alle persone, e danni indesiderati alle proprietà ed all'ambiente'."

Che possibilità hanno, questi sistemi d'arma, di competere con le tradizionali armi di distruzione di massa? Può sembrare, anche in questo caso, bizzarro che un neo-umanista, la cui elaborazione si indirizza verso il rispetto e la massima valorizzazione della persona umana, si metta a sponsorizzare sistemi d'arma, pur sempre offensivi, pur sempre utilizzabili non solo contro le tirannie ed il terrorismo, ma anche per meglio coercere e terrorizzare le popolazioni dei paesi cosiddetti democratici. Ebbene, il neo-umanesimo, vale la pena ribadirlo, non è l'ennesimo pensiero semplificatore della realtà. In questo studio si è cercato di analizzare la vergognosa tolleranza dell'assassinio da parte delle società più evolute, e di trovare metodi per migliorare questo stato di cose. Proprio così: migliorare, riparare, eliminare false metafisiche, errori e magagne, debuggare il pensiero filosofico. Non condivido la semplificazione del pacifismo senza se  e senza ma: per evitare le uccisioni, le torture e la distruzione, basta eliminare la guerra. Come dire che per non bagnarsi più basta abolire la pioggia, oppure che per evitare lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo basta abolire la proprietà privata ed il libero mercato (questa l'ho già sentita... :-). Nel mondo vero, l'uomo deve fare i conti con la pioggia, con gli tsunami, con i terremoti, e con la propria eredità animale: fare i conti con la natura, insomma, e trovare metodi e tecnologie per difendersi ed emanciparsi dalle sue leggi. Ogni arma, come ogni arte marziale, ed anche quelle non letali (ma il ragionamento può essere esteso a qualsiasi strumento, comprese le mani), possono essere usate sia per difendere la gente onesta che per opprimerla, e quindi non può mai essere disgiunta (la sua pratica) dall'etica e dalla costante aspirazione alla giustizia, all'onestà, alla trasparenza. 

Missili e bombe, dicevo, sono apparentemente più redditizie, poichè hanno prezzi alti, e la simpatica (per i costruttori) abitudine di autodistruggersi nel compiere la loro funzione; e quindi devono essere compeltamente rimpiazzate. Inoltre, ciò che è stato distrutto deve esser ricostruito, quindi il  business si estende ad altri fornitori. Ma qualcuno ha provato a fare qualche proiezione economica di mercato in un mondo in cui la gente potesse coltivare realisticamente la speranza che i propri figli e nipoti correranno meno rischi di essere barbaramente terminati? Un mondo dove si aprono continuamente nuovi mercati, ed il benessere e la ricchezza sono in costante ed armonico aumento? Un'altra visione utopica, certo. Ma un po' piu' vicina, se il numero delle uccisioni tendesse a diminuire, fino a che la terminazione volontaria di una vita umana fosse vista come un crimine orrendo e, soprattutto, non più necessario nè in alcun modo giustificabile. Perchè non scommettere su un mondo simile? In fondo, anche il mondo attuale si basa sulla scommessa che la violenza omicida e la distruzione porti in modo tortuoso al progresso. Se qualche passo significativo verso un mondo libero dall'assassinio fosse compiuto, com'è altamente probabile, avremmo compiuto un balzo avanti di portata gigantesca!

Allora sì che potremo guardare in faccia qualsiasi fanatico, religioso o laico che sia (posto che ce ne fossero ancora in giro, e che fossero pericolosi come adesso), e dirgli: tu mi combatti in nome di una morale che credi superiore. Ma guarda, la mia morale è più alta della tua, e lo è nei fatti, perché io sono capace di vincere senza ucciderti! 

E potremo, a buon diritto, affermare un nuovo codice etico, che abbia al centro almeno quattro principi prioritari, concreti ed irrinunciabili: 

NON UCCIDERE,  NON RIDURRE IN SCHIAVITÙ,  NON TORTURARE,  NON STUPRARE.

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1 "Il Solista" - Luigi De Marchi - Edizioni Interculturali 2003

[005.AA.TDF.2005 - 06.03.2005]