Lo spazio è la risposta alla crisi delle risorse

di A. Cavallo

La crisi del XXI secolo

Lo spazio è una risorsa

Meno armi più astronavi

La crisi del XXI secolo

Questo XXI secolo è cominciato molto male per l'umanità intera. L'evento più ricordato del 2001, che per inciso è il primo anno del secolo per i cronologisti, è l'attacco terroristico a New York e Washington. Ma la crisi è appena cominciata, e non si tratta della guerra asimmetrica tra potenze occidentali e terroristi mediorientali. La vera crisi, di cui l'anomalo conflitto a cui accennavo è soltanto un elemento, riguarda la disponibilità delle risorse necessarie per la vita, una vita dignitosa, per tutta l'umanità.

Ogni giorno gli sbarchi di disperati sulle isole italiane più meridionali ci ricordano che gran parte dell'umanità vive in condizioni penose, e vorrebbe soltanto vivere meglio. Centinaia di milioni di cinesi e di indiani sono quotidianamente impegnati in una frenetica rincorsa al benessere attraverso lo sviluppo economico di tipo tradizionale: più produzione, più industria, più commercio, più consumi - e stanno ottenendo un successo significativo, anche se pagano un prezzo salato per quanto ottengono, se guardiamo il degrado ambientale dei loro paesi, le tensioni sociali, le condizioni di vita a cui si sottopongono in nome di un futuro migliore che per molti di loro è soltanto una speranza.

Quello che sembra mancare in modo grave, però, è l'autentica innovazione. Lo sviluppo dei grandi paesi emergenti si basa su schemi sociali e tecnici assolutamente conservatori: ripercorre sostanzialmente, a tappe accelerate, la via seguita dall'Europa e poi dagli Stati Uniti d'America nei secoli passati. Le materie prime e le fonti di energia utilizzate sono esattamente le stesse a cui ha fatto e fa tuttora ricorso il mondo sviluppato.

Questo significa che un numero crescente di persone preme sulle medesime risorse, con peso individuale e collettivo crescente. I prezzi delle materie prime sono in crescita rapidissima, eppure non si vede la reazione che secondo gli economisti dovrebbe essere naturale: il ricorso a fonti e risorse alternative, a fronte dell'aumento dei prezzi di quelle tradizionali. La prima risorsa a cui pensiamo è il petrolio, con i suoi derivati. Si sa ormai che il grado di sfruttamento del petrolio presente sulla Terra si avvicina, o è già giunto, al punto critico in cui metà delle risorse sono state utilizzate (picco del petrolio). La risposta che si sta trovando è il ritorno al carbone o al nucleare di tipo più vecchio. Qui da noi si intraprendono strade che dir dubbie è poco, dal carburante di derivazione agricola al fotovoltaico domestico all'idrogeno (che non è una fonte di energia, ma molti non conoscono questo sottile dettaglio).

Io stesso in passato ero favorevole ai cosiddetti biocarburanti, ma ho dovuto ricredermi: non c'è convenienza reale, perché occorrerebbe dedicare una parte enorme del terreno agricolo a coltivazioni dedicate, con uso pesante di macchinari, fertilizzanti e pesticidi, tutti derivati dal petrolio!

Il fotovoltaico non risolve nulla perché è energeticamente costoso produrre le celle, e non soddisfa i bisogni reali se non c'è una fonte tradizionale a fare da riserva. I "salvatori del mondo" col fotovoltaico sul balcone possono permetterselo perché lo Stato li finanzia pagando la loro energia quasi cinque volte il suo valore, e perché c'è sempre sant'ENEL in soccorso quando c'è bisogno (ad esempio di notte... se non vogliamo riempire le case di batterie, a loro volta basate su sostanze tossiche).

L'idrogeno è un vettore energetico, non una fonte, per di più poco pratico. Il rendimento complessivo reale della conversione da una fonte qualsiasi all'idrogeno e poi di nuovo in forma utilizzabile (cioè di solito elettrica) non è affatto buono, non c'è motivo per non produrre subito energia elettrica e usare quella come vettore. L'autobus a idrogeno è uno specchietto per le allodole, i mezzi pubblici possono andare benissimo ad energia elettrica, quelli che lo fanno esistono già, si chiamano metropolitane, tram e filobus.

A parte baloccarci con queste innovazioni finte, non stiamo facendo nulla per evitare un futuro drammatico, in cui useremo l'enorme quantità di armi presente nel mondo per contenderci gli ultimi barili di petrolio. Alcuni rispondono che come l'età della pietra non finì per esaurimento delle pietre, così l'età del petrolio non finirà per l'esaurimento del petrolio. Intanto si può osservare che molte civiltà finirono per esaurimento delle risorse disponibili, essendo incapaci di trovarne altre: per fare un esempio, i Maya dell'America Centrale svilupparono una grande civiltà che crollò molto prima dell'arrivo degli europei, perché non seppe innovare le sue tecniche agricole e di trasporto, soffocando nell'ipersfruttamento dei terreni agricoli gestibili con i mezzi allora noti. In mezzo ad un continente immenso dotato di risorse straordinarie, le città Maya collassarono e divennero cumuli di rovine nella giungla tropicale, perché i loro costruttori non seppero migliorare le tecniche di coltivazione per salvaguardare i suoli, né più semplicemente impararono a trasportare quantità significative di merci su lunghe distanze. Per fare un confronto, Roma imperiale importava grano fin dall'Egitto grazie ad un'efficiente marina mercantile.

Oppure pensiamo alla Cina del XV secolo: era di gran lunga la parte del mondo tecnicamente ed economicamente più sviluppata. Le flotte al comando dell'ammiraglio Zheng He, formate da centinaia di navi d'alto mare, con migliaia di uomini di equipaggio, raggiunsero in varie spedizioni tutte le coste dell'Oceano Indiano fino all'Africa. Ma un cambiamento d'indirizzo politico portò alla rinuncia alle flotte ed alla cessazione delle esplorazioni, considerate inutili e costose (suona nuovo?). Al termine del medesimo secolo i portoghesi arrivarono in Oriente con poche piccole caravelle, così piccole che Zheng He avrebbe potuto utilizzarle come scialuppe per le sue giunche, ma cominciarono un'espansione che avrebbe portato alla sottomissione della stessa Cina alle potenze europee.

Tornando a noi, non scordiamoci che il petrolio è sostituibile, anzi lo si sta sostituendo, per la produzione dell'energia elettrica, ma è per ora privo di alternative in settori vitali come i trasporti e la petrolchimica. Ci sono poi altre risorse anche più essenziali, che nel prossimo futuro scarseggeranno sempre più: in particolare, nientemeno che l'acqua. Ma c'è di peggio. L'intero ecosistema terrestre è già sovraccarico, perché ormai l'umanità assorbe una frazione preponderante delle risorse elaborate dalla biosfera.

Certo siamo ancora in tempo: dipende da noi far finire l'età del petrolio perché avremo trovato alternative utili, oppure andare incontro al collasso della nostra civiltà. La storia umana porta esempi di entrambi i tipi.


"Lo spazio... una risorsa è!" [image by: http://swg.stratics.com/]

Lo spazio è una risorsa

Il messaggio da portare chiaro e forte è che lo spazio non è un costo ma una risorsa. E' sufficiente fare il confronto con le spese militari per mostrare come perfino le inefficientissime e burocratiche agenzie spaziali modello NASA spendano in realtà poco, rispetto a quanto i medesimi governi che le finanziano sono disposti a spendere per fare la guerra. Eppure si tratta realmente di una lotta per la sopravvivenza: le risorse della Terra sono limitate, e per non doverci uccidere tra di noi qui sotto dobbiamo uscire dal buco, come seppero fare alcune civiltà del passato, anche se altre fallirono e perirono. La differenza è che oggi tutto è collegato: la globalizzazione è un fatto, la civiltà mondiale è di fatto una sola, non possono più esserci civiltà prospere e decadenti simultaneamente - se ci sarà un collasso, riguarderà tutto il mondo insieme.

Chi dice che dobbiamo risolvere i problemi di quaggiù prima di andare nello spazio sbaglia gravemente, perché IL PROBLEMA di quaggiù è che la Terra che abbiamo è una sola ed ha dimensioni finite. Non esiste la possibilità di garantire a tutta la popolazione mondiale un tenore di vita pari a quello dei popoli ricchi, con i mezzi che conosciamo e con quelli che possiamo prevedere per il prossimo futuro. La decrescita di cui parlano alcuni teorici non è attuabile in un mondo dove i 5/6 della popolazione sono già poveri e gli altri non accetteranno mai di diventare poveri come loro - perché dividere il benessere attuale tra tutti vorrebbe dire essere tutti poveri, anzi alla fine morire tutti di fame. Già oggi la sopravvivenza di gran parte dell'umanità è legata alla tecnologia moderna, senza di essa si avrebbe immediatamente una carestia inaudita.

Non c'è dubbio che il modello attuale di uso delle risorse naturali sia sbagliato e da correggere, che si debba essere più oculati e meno spreconi, e senz'altro dobbiamo adoperarci per una transizione verso modelli economici più equilibrati per quanto riguarda lo sfruttamento delle risorse naturali. Però occorre essere ben consapevoli che nessuno accetta di vivere peggio, o di rinunciare alla speranza di vivere meglio in futuro. Non occorre una grande comprensione della natura umana per capire che nessuno farà queste rinunce spontaneamente. I sacrifici si accettano in vista di un bene futuro percepito come possibile, oppure si subiscono come imposizioni. Quindi è necessario che i nuovi modelli siano accettabili da tutti come un miglioramento, non come un insieme di rinunce, un regresso,che potrebbe essere imposto soltanto con la forza da regimi dittatoriali.

Ci sono parecchie strade da percorrere. Il sistema dei trasporti, ad esempio, dovrebbe essere trasformato. L'alternativa al traffico su gomma può essere il ritorno al treno, ma non quello del passato: si deve trattare di sistemi nuovi che siano migliorativi per gli utenti, come ad esempio i treni ad alta velocità per i passeggeri. Il giorno, spero non lontano, in cui Torino e Milano saranno collegate da efficienti convogli veloci, moltissimi saranno disposti a rinunciare all'automobile per spostarsi da una città all'altra. Il treno veloce può essere addirittura alternativo all'aeroplano per certe distanze, ad esempio Torino-Parigi o Milano-Roma. Dovrebbe essere evidente quale danno stiano facendo i "no-TAV", imponendo la loro visione miope e localistica rispetto a progetti di enorme importanza per il futuro di tutti.

Ma qualunque innovazione di questo genere, si tratti di trasporti, energia o altro, non può bastare a tirarci fuori dal guaio in cui siamo. Soltanto l'inizio di una civiltà spaziale può consentirci di sfuggire alla limitazione fondamentale a cui siamo sottoposti: la finitezza dell'ambiente in cui viviamo. Per quanto siamo oculati nello sfruttarle, le risorse della Terra sono limitate e soggette a rischi. Non dimentichiamo che, ad esempio, lo stesso clima terrestre è costantemente mutevole, oggi anche per colpa nostra, ma in generale anche più per le cause naturali. In un mondo densamente popolato e con le risorse centellinate, un mutamento climatico dovuto a qualunque causa può costituire una minaccia per un grandissimo numero di persone, con poche possibilità di rimedio. Pensiamo poi al pericolo di un impatto asteroidale: anche un evento assai minore di quello che portò all'estinzione dei dinosauri sarebbe devastante per l'umanità.

E' folle che ci ostiniamo a chiudere gli occhi di fronte all'immensità che esiste al di fuori del nostro pianeta. Gli stessi asteroidi che vediamo come una minaccia, e lo possono essere, sono in realtà una risorsa immensa, proprio perché non sono distanti, anzi sono raggiungibili con dispendio minimo di energia, una volta che ci siamo tirati fuori dal pozzo gravitazionale della Terra!

Lo spazio esterno è vitale perché non soltanto contiene immense risorse, ma soprattutto ci può aiutare a sfruttare la principale risorsa che è dentro di noi: la spinta all'innovazione, all'avventura, alla ricerca di nuove mete. L'esplorazione è la vera alternativa alla guerra, gli avventurosi e gli ambiziosi non possono trovare campo libero se non lassù - altrimenti andranno a sfogarsi nel combattimento. La via di un uso più razionale delle risorse terrestri e quella dell'espansione nello spazio non sono alternative ma complementari: l'abitante di una colonia spaziale, ad esempio, avrà sicuramente una sensibilità ambientale straordinaria, perché la sua sopravvivenza deriverà dal saper gestire un sistema complesso nel modo migliore, dall'uso dell'energia al riciclaggio dei rifiuti.

Trovando risorse fuori dalla Terra potremo evitare di sfruttare fino in fondo le sue - come i nostri antenati, lasceremo in pace le pietre perché avremo trovato di meglio - e la Terra potrà riacquistare il suo equilibrio ed il suo aspetto migliore. Pensiamo ad esempio alla possibilità di spostare nello spazio le produzioni industriali pericolose o che usano materie tossiche o radioattive. Mi aspetto già il verde di turno che dirà: volete inquinare anche lo spazio! Ma si sa, i verdi sono dogmatici e con i dogmatici non si deve discutere, perché dal loro punto di vista hanno ragione per principio. Chi sa che cos'è lo spazio non può che mettersi a ridere di fronte a certi argomenti (E se dicessimo loro che il Sole che secondo loro ride è in realtà un'immensa centrale nucleare senza schermatura?). Un vero ambientalista dovrebbe pensare all'opportunità di salvare l'ambiente terrestre spostando nello spazio la parte materiale dello sviluppo e facendo della Terra una magnifica residenza per l'umanità, restituita alla sua bellezza oggi così minacciata.


Meno armi più astronavi

Parlo degli Stati Uniti perché nessun altro paese ha programmi militari o spaziali paragonabili, del resto è ovvio parlare innanzitutto della massima superpotenza.

Il budget del Dipartimento della Difesa americano per l'anno fiscale 2006 è di 419,3 miliardi di dollari, a cui si debbono aggiungere altri 80 miliardi legati a spese supplementari, di cui 75 per la guerra in Iraq. Per fare un confronto, il programma Apollo dall'inizio alla fine, espresso in dollari attuali, costò 150 miliardi di dollari - pari a due anni di guerra in Iraq o tre mesi e 8 giorni del bilancio annuale della Difesa guerre correnti escluse.I 

l budget annuale della NASA per il 2006 è di 16,5 miliardi di dollari, pari a due mesi e 20 giorni di guerra in Iraq oppure 14 giorni del bilancio annuale della Difesa senza le guerre.

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E' chiaro come l'attuale amministrazione degli Stati Uniti intende affrontare la crisi che ci attende: combattendo la guerra per le risorse qui sulla Terra e magari anche nello spazio vicino. Abbiamo recentemente sentito che il presidente Bush ha incluso lo spazio tra le aree di interesse militare per gli Stati Uniti. Potrebbe nascere il sospetto che il programma spaziale civile sia addirittura visto come un impaccio dai militari, che non vorrebbero avere astronauti civili tra i piedi il giorno in cui dovessero scontrarsi con la Cina in orbita.

Stiamo forse facendo come i Maya, che si esaurivano in guerre tra le varie città mentre la loro civiltà stava per soccombere?

Il conflitto per le risorse sotto alcuni aspetti è già cominciato. La Russia si accorda con l'Algeria per il gas e usa le sue risorse energetiche come arma, l'unica che abbia ancora. L'Iran costruisce centrali nucleari per riservare il petrolio all'esportazione, oltre a procurarsi le tecnologie per dotarsi di armi nucleari. La Cina stipula accordi in giro per il mondo per assicurarsi materie prime ed energia, mentre gli Stati Uniti, anche tramite il loro alleato principale in Medio Oriente, Israele, usano invece la forza militare senza ritegno per assicurarsi il controllo delle maggiori risorse petrolifere rimaste al mondo, quelle del Golfo Persico, occupando l'Iraq e preparando il conflitto con l'Iran, oltre a mantenere il controllo sui poco fidati sauditi. Il recente conflitto in Libano è una parte dello scontro con l'Iran, a cui fa capo Hezbollah. Ma la scelta americana appare perdente agli occhi del buon senso: l'Afghanistan e l'Iraq sono ancora nel caos, Libano e Palestina sono ferite aperte.

L'Europa, che non ha risorse energetiche significative (quelle del Mare del Nord sono già in via di esaurimento, tanto che la Gran Bretagna oggi dipende anch'essa dal gas russo) e non vuole entrare nella spirale del riarmo e della guerra aperta, dovrebbe essere il motore di iniziative di tutt'altro genere. La stessa Cina non si è ancora fatta coinvolgere significativamentenella spirale del riarmo, probabilmente perché ha analizzato i motivi del crollo dell'Unione Sovietica ed ha trovato che l'eccesso di spese militari a fronte di uno sviluppo insufficiente è stato il fattore principale che ha portato la seconda superpotenza mondiale alla disgregazione. Il fatto che la Cina abbia un significativo programma spaziale è anch'esso molto significativo.

La Russia, poi, che dispone di tecnologia spaziale ottima anche se datata e soprattutto di competenze ancora vive, in grado di sviluppare nuove soluzioni se adeguatamente sostenute, non sarebbe in grado di sostenere una nuova corsa agli armamenti, ma può dare ed anzi sta dando un notevole impulso allo sviluppo dello spazio.

Non esiste in effetti nessuna minaccia che giustifichi le spese militari degli Stati Uniti. Se l'avversario è l'estremismo islamico, dovrebbe risultare ormai chiaro che portaerei e carri armati non servono a nulla, dopo le disastrose esperienze in Afghanistan ed Iraq e dopo l'analogo fallimento di Israele in Libano. Al terrorismo si risponde con i servizi segreti, la polizia, e soprattutto affrontando le questioni di base che lo suscitano: dal conflitto in Palestina alla situazione economica e sociale dei paesi arabi.

La mia proposta è questa: trasferiamo finanziamenti dalle armi allo spazio! Le risorse attualmente impiegate in campo militare sono così grandi che ne basterebbe una frazione per rilanciare la presenza umana nello spazio in modo decisivo, come si deduce facilmente dalle cifre che ho riportato sopra. Resterebbero disponibili vaste risorse per le iniziative "terrestri", dalla risoluzione dei conflitti alla ricostruzione dei sistemi energetici e dei trasporti. Inoltre l'industria militare tecnicamente più avanzata è contigua all'industria spaziale, potrebbe riconvertirsi in misura maggiore senza gravi traumi. Invece di utilizzare il conflitto come stimolo al progresso tecnico, usiamo la nobile gara allo spazio, come avvenne negli anni '60 del secolo scorso. Certo occorrerà evitare che le cattive abitudini del settore militare, costi gonfiati e burocrazia, si trasferiscano allo spazio, com'è già avvenuto in passato.

Lo spazio potrebbe dare un'autentica occasione di rilancio per lo sviluppo economico dei paesi più avanzati, trascinando con sé anche quelli a sviluppo intermedio ed in generale il mondo intero. Non dimentichiamo che la guerra era il mezzo usato finora per scuotere l'economia e fare buoni affari...

Il programma deve riguardare la presenza umana diretta e non soltanto l'esplorazione robotica. Non stiamo parlando di fare scienza, ma sviluppo! I maggiori costi iniziali che questo impone sono più che sostenibili, se andiamo a pescare nelle capaci tasche delle forze armate. Ma il mondo non è in generale carente di risorse finanziarie, è carente soprattutto di idee, ci sono grandi capitali privati che potrebbero essere mobilitati se si desse il giusto impulso. Tuttavia il contributo dei governi è necessario per almeno due motivi.

Il primo motivo è che vi è oggi chi intende muoversi in direzione opposta, militarizzando lo spazio, parallelamente allo sforzo che sta compiendo per generare uno stato di guerra strisciante permanente nel mondo intero. Soltanto decisioni a livello governativo possono modificare questa situazione: se le principali nazioni del mondo mostrassero un indirizzo chiaro, anche la principale superpotenza dovrà prima o poi adeguarsi, e tutti speriamo che lo faccia prontamente, riassumendo quel ruolo di guida ideale che in passato ha avuto ed oggi sembra avere smarrito.

Il secondo motivo è che c'è poco tempo e ci sono grandi imprese da compiere. Tra non molti anni potremmo essere costretti a dedicare le risorse rimaste al puro scopo della sopravvivenza. Soltanto i governi delle grandi nazioni possono finanziare imprese come la costruzione di una prima base lunare permanente, e possono farlo finché non siamo ancora in una grave emergenza energetica o ambientale. I privati stanno provando a ripartire da zero, ma per principio devono ottenere utili fin dall'inizio, e quindi procedere per vie efficienti ma lente. E' bene che i due cammini proseguano paralleli, ma il contributo dei governi, diretto o indiretto, è irrinunciabile, come lo è sempre stato per dare inizio a nuove vie di sviluppo, dalle esplorazioni geografiche alla realizzazione delle reti stradali e ferroviarie, incluso l'attuale sviluppo delle ferrovie ad alta velocità, a cui abbiamo accennato sopra. Non dovendo fare i conti col profitto, i governi possono rovesciare una massa critica di risorse per togliere i vincoli alla partenza delle imprese umane più importanti.

Occorre fare breccia in un mondo politico sclerotizzato, dove la destra è presa dall'ideologia neo-con, ultraliberista in economia ma tutt'altro che liberale in politica, essendo militarista, autoritaria e filosoficamente retrograda (non è altro che integralismo religioso), mentre la sinistra non riesce a produrre un'idea costruttiva che sia una, si caratterizza solo per non essere proprio uguale alla destra, si fa invischiare dal cosiddetto ambientalismo e corre dietro all'ultima causa NIMBY (Not In My BackYard, in Italia il partito del "no X" con X qualsiasi) per acchiappare qualche voto.

Non è impresa facile ma indispensabile, tutti i suggerimenti sono graditi!



 [012.AC.TDF.2006 - 30.10.2006]