“Non bussare alla mia porta”
 di Wim Wenders

recensione di A. Autino







Nel panorama culturale piatto e desolante, caratterizzato dalla prevalenza del noir in letteratura e dell’apologia della violenza omicida nel cinema, capita tuttavia di assistere, anche se molto raramente, al lavoro di un regista che non ha rinunciato all’uso delle proprie sinapsi cerebrali, in chiave sublimemente percettiva e creativa.

È il caso di Wim Wenders, con il suo “Don’t come knocking”. Può anche darsi che io mi ostini a trovare nell’opera di Wenders dei significati che forse lui non ha inteso metterci, ma il suo lavoro continua ad affascinarmi, e secondo me i significati, ed anche i significanti, ci sono tutti.

Qualche anno fa avevo scritto a Wenders criticando un altro dei suoi lavori recenti, “Lisbon story”, perché l’avevo trovato stupendo per l’alto contenuto poetico e narrativo, ma intollerabilmente nostalgico e completamente rivolto al passato, oltrechè del tutto ripiegato sul cinema, soggetto tautologico del cinema stesso. Come se Wenders avesse perso quella capacità di intuire nel presente le avvisaglie del futuro cui ci aveva abituato con tutto il suo cinema precedente.

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Anche “Don’t come knocking” è nostalgico e poetico, ma il segno è ben diverso. Quanto “Lisbon story” guardava al passato, sognando sulle antiche porte d’Europa, tanto “Don’t come knocking” è rivolto al futuro, grazie soprattutto ad alcune sequenze finali che sono come un testamento spirituale ed artistico del grande regista, nella sconfitta e nella catarsi del suo protagonista, l’attore di film western Howard Spence.

Il grande attore, caricatura del successo mediatico, che spende la propria esistenza senza badare a rapporti famigliari e personali, diventa padre dopo trent’anni dalla nascita dei propri figli. Nel giro di pochi giorni, sulla strada della fuga dal set del film che sta interpretando, in un viaggio alla ricerca delle poche tracce di umanità che scopre di aver lasciato sparse per l’America, Howard vede la nullità della propria storia professionale e personale, e deve scoprire a proprie spese che la sua “famiglia” non è affatto a sua disposizione, quando lui decide di aver bisogno di una famiglia.

Una grande Jessica Lange interpreta la ragazza che trent’anni prima, grazie ad un rapporto frettoloso ai margini del set di un film girato nella sua città del Montana, gli ha dato un figlio della cui esistenza lui non aveva mai saputo. Dorinne è diventata per certi versi una donna dura, ma non incapace di emozioni, alle quali sa benissimo di non poter concedere alcun abbandono. Come spiragli di sole attraverso le nuvole, Wenders compone un magnifico affresco emotivo, espressivo e relazionale, sfruttando appieno le possibilità del mezzo espressivo cinematografico, per farci capire che in fondo Dorinne potrà accettare Howard, anche con trentanni di ritardo (non senza fargliela pagare!). È una cinematografia magistrale ed ormai perfino soprendente, brutalizzati come siamo da decenni di cinema dozzinale, in cui ci si affida perlopiù ad espedienti banali e mortificanti per raccontare storie e sentimenti. Il ragazzo, Earl, è un cantante malinconico e sognante, che non sopporta di vedersi comparire davanti all’improvviso quel padre di cui avrebbe avuto un bisogno disperato quand’era ragazzino, e di cui ha dovuto imparare a fare a meno.

Quasi ai margini della storia, si muove un’altra figura femminile. Una ragazza bionda, seria e dolce, un’altra probabile figlia del grande attore itinerante. A differenza di Dorinne, la mamma di questa ragazza (di cui non ci viene detto neppure il nome) è morta, e lei resterà soltanto una figlia probabile, fino al termine della storia. Ma questo non le impedirà di sentirsi figlia di Howard e sorella di Earl, né di svolgere un ruolo quasi classico, come un “demone” benevolo da tragedia greca, che contribuisce a tessere i fragili fili di rapporti umani che, da improbabili, casuali ed eterei, diventano legami su cui le persone capiscono da un certo punto in avanti di poter contare.

Come in Lisbon story avevamo una vecchia macchina da presa a manovella, anche qui abbiamo una vecchia automobile, degli anni ’50. Sarebbe errato e fuorviante prenderla ad ennesimo simbolo del vecchio ed abusato “sogno americano”. È piuttosto un riferimento alla tecnologia, una tenerezza per le cose del passato, fabbricate da persone che hanno messo impegno ed amore nel loro lavoro, che ritrovo spesso in Wenders, e che è uno dei tratti culturali della sua opera che sento più vicini e suggestivi. Ancora più preziose, queste pennellate, perché non si accompagnano mai al disprezzo del presente né alla paura del futuro, e quindi ispirano una maturità consapevole, capace di contemplare la storia antropologica dell’umanità con comprensione e compassione, addirittura con tenerezza, per il lavoro dei padri e dei nonni, e di fiducia possibilista nel futuro dei figli.


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Su quell’auto i ragazzi – i figli di Howard – fino ad allora in qualche modo statici e sfiduciati, partono alla fine per il loro viaggio, con un’intesa ed uno spirito reso ancora una volta magistralmente con poche riprese, ed una perfetta scelta musicale. Wenders ci consegna così l’ultimo tassello semantico, per comprendere appieno la storia e la sua morale. L’auto diventa l’icona di una vecchia tecnologia, ancora funzionante, che fa da tramite per il riscatto sia dei genitori sia dei figli.

Anche la capacità di scrivere una storia coerente, con un finale che effettivamente risolve e fornisce il quadro complessivo ed appagante, non è da tutti: un finale che ci consola davvero, senza essere dozzinalmente consolante. Soprattutto perché ci fa vedere come vale sempre la pena di intraprendere un viaggio, ancorchè tardivo, e vale sempre la pena di affrontare rapporti umani, anche se difficili e burrascosi. E, soprattutto, se pensiamo che la nostra storia sia ormai al tramonto, non dovremmo chiuderla nel silenzio e nell’oblio, ma passando ai figli, veri o probabili, di sangue o di cultura, una buona eredità tecnologica e di idee da sviluppare.

[017.AA.TDF.2006 - 30.10.2006]