La transizione del petrolio: da risorsa a palla al piede della Civiltà

di Alberto Cavallo

Il prezzo del petrolio continua a salire

L'analisi economica

Il breveperiodismo

Il picco del petrolio

Il nocciolo del problema

Lo spettro dell'effetto serra

Soluzioni?

Bibliografia

lampada a petrolio - il cannocchiale 

Il prezzo del petrolio continua a salire

Quasi esattamente un anno fa il prezzo del petrolio arrivava alla soglia dei 45 US$ al barile e pubblicammo un'analisi sul tema più ampio della reale situazione della produzione e delle riserve del preziosissimo oro nero. Oggi siamo arrivati a 67 dollari (un altro 48% in più), sia pure con oscillazioni dovute alle solite mosse speculative del brevissimo periodo. Naturalmente il recente disastro causato dall'uragano Katrina nel sud degli Stati Uniti non mancherà di avere, a sua volta, un profondo impatto sul mercato. In ogni caso, quello che allora sembrava un prezzo già molto alto è stato quindi ampiamente superato. C'è chi prospetta valori superiori ai 100 dollari al barile per un futuro non lontano.

Un anno fa dicemmo che esistevano cause strutturali, per le quali l'andamento del prezzo del greggio non sarebbe sostanzialmente cambiato, rimanendo permanentemente al rialzo sul lungo termine. L'analisi si è dimostrata valida, anzi sembra confermata la sua versione più pessimistica. La rivediamo punto per punto, per capire se qualcosa è cambiato e che cosa ci possiamo aspettare ancora.

Contrabbando di petrolio in Iraq

L'analisi economica

I prezzi salgono prima di tutto perché la domanda continua ad eccedere l'offerta. Certo esistono componenti speculative, ma ci sono buoni motivi per ritenere che a queste si possano attribuire soltanto le oscillazioni sul breve periodo, non certo la tendenza generale. Ad esempio, subito dopo Ferragosto c'è stato un lieve calo, per la normale situazione di realizzazione della plusvalenza: chi ha potuto ha venduto quote di produzione acquistate in eccesso, per incassare il guadagno. La tendenza generale però non mostra segni di cambiamento. Il sito della BBC ha pubblicato al proposito un'analisi interessante.

Perché questi incrementi estivi?  

E' chiaro che il maggior consumatore mondiale, gli USA, ha un picco estivo di domanda per i trasporti ed il condizionamento dell'aria, che prevale sul picco invernale per riscaldamento.

L'economia americana sta comunque crescendo, così come la sete di prodotti petroliferi del suo sistema energetico. Ci sono stati altri fattori contingenti, come gli uragani del Golfo del Messico che hanno interrotto la produzione di alcuni giacimenti sottomarini. Si sente dire che l'insufficiente disponibilità di raffinerie abbia contribuito, ma occorre esaminare con cautela quest'affermazione: se le raffinerie non riescono a produrre a sufficienza, in primo luogo dovrebbe aumentare il prezzo del prodotto raffinato, non quello della materia prima. E' esattamente quello che sta accadendo ora negli Stati Uniti: la fermata delle raffinerie della Louisiana causata dall'uragano Katrina provoca un aumento del prezzo dei carburanti indipendente da quello del petrolio. Ugualmente, l'indisponibilità di petroliere influisce in primo luogo sul prezzo all'utente, non su quello del greggio. Queste limitazioni della catena di trasporto e lavorazione a valle dell'estrazione hanno però un effetto secondario: quello di diminuire ulteriormente la disponibilità effettiva di petrolio sul mercato. Le difficoltà di trasporto e raffinazione, infatti, tendono a far salire il prezzo del greggio più facilmente disponibile per ubicazione dei giacimenti e qualità del prodotto.

Ad esempio, l'Arabia Saudita ha grandi quantità di greggio di tipo pesante e ricco di zolfo, che nessuno vuole, perché oggi sono richiesti prodotti leggeri a basso tenore di zolfo. Le tecniche di raffinazione consentono, in teoria, di ricavare benzina e gasolio di qualità da qualunque porcheria, ma gli impianti devono essere adeguati per consentire l'eliminazione dello zolfo e per la trasformazione della componente pesante in idrocarburi più leggeri (cracking) inmisura adeguata alla richiesta. La carenza di impianti di raffinazione  comporta l'indisponibilità di una parte della produzione e delle corrispondenti riserve e quindi influisce anche sul prezzo della materia prima.

Le incertezze politiche contribuiscono inoltre stanno inducendo ad acquistare in anticipo rispetto all'effettiva necessità. L'irrisolta crisi dell'Iraq e la crisi "nucleare" iraniana hanno un peso non trascurabile. La produzione di questi paesi è di dubbia disponibilità, e si tratta di due dei maggiori produttori mondiali.

E' sempre più evidente che, su un piano strettamente realistico e strategico, la guerra in Iraq è stata un errore colossale per gli  angloamericani. O forse no? Certo chi trae utile dall'attuale prezzo del petrolio sono soprattutto le compagnie petrolifere, che non a caso hanno forti legami con le istituzioni di USA e UK. Se guardiamo all'interesse degli Stati, e non agli interessi di società private con collegamenti a personaggi di governo, si è però trattato di un disastro:

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il rischio di terrorismo è aumentato, perché l'Iraq non era tra i paesi sostenitori del terrorismo prima della guerra, ora è diventato il crocevia di tutti i combattenti islamisti;

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le risorse petrolifere dell'Iraq non sono ancora saldamente sotto il controllo angloamericano, a causa della situazione drammatica del paese;

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le forze armate angloamericane sono impegnate in Iraq in una guerriglia senza fine, che da un lato le tiene impegnate impedendone l'impiego altrove, dall'altro ne ha molto diminuito il prestigio vista la loro evidente inefficacia nel risolvere la situazione.

Non è un caso che l'Iran abbia deciso di riprendere il suo programma nucleare dai fini ambigui (ufficialmente civile, ma tutti sanno che è anche militare). Gli ayatollah di Teheran vedono con soddisfazione il potente esercito americano intrappolato nella palude irachena, mentre il capo del governo provvisorio di Baghdad, lo sciita Ibrahim Jaafari, il 16 luglio scorso ha prestato visita alla guida della Rivoluzione ayatollah Khamenei ed al nuovo presidente iraniano Ahmadinejad, con grandi manifestazioni di stima e addirittura l'impegno a sostenersi reciprocamente nella lotta al terrorismo! L'applicazione piena della "democrazia" in Iraq, intesa come governo della maggioranza, porterebbe ad un Iraq a guida sciita alleato dell'Iran - bel risultato, Mr. Bush!

Il breveperiodismo

Il sociologo Luciano Gallino, che già citavamo l'anno scorso per la sua analisi della crisi industriale italiana, quest'anno ha pubblicato un testo molto importante sul tema della gestione delle imprese: si tratta di "L'impresa irresponsabile" (Einaudi), da cui ho tratto il neologismo usato nel titolo. Per i motivi essenzialmente legati alla natura del capitalismo manageriale -finanziario, che ha per obiettivo la massimizzazione del valore di mercato delle azioni, nessuno fa volentieri investimenti a lungo termine. Quindi, per tornare a noi, non si realizzano nuovi impianti di raffinazione, non si costruisce un numero sufficiente di petroliere (anche per la scarsità di cantieri navali oltre che di investimenti), non si fanno prospezioni alla ricerca di nuovi giacimenti se non ci sono prospettive molto concrete di trovare qualcosa.

Pozzi di petrolio in Azerbaijan - (c) Contrasto

Il meccanismo perverso che domina l'economia attuale è evidente se pensiamo appunto al caso delle petroliere. Negli anni passati si sono chiusi cantieri navali in tutto il mondo, sulla base del principio che se un impianto non rende a sufficienza lo si deve chiudere. Il risultato è che ora gli impianti sono insufficienti e concentrati in pochi paesi, con riduzione e non incremento dell'efficienza globale. I cosiddetti meccanismi di autoregolazione del mercato producono enormi sprechi, perché ci sono fattori che non vengono presi in considerazione. Ad esempio, il fatto che un impianto produttivo complesso si può facilmente chiudere ma difficilmente riaprire, un'asimmetria che distrugge completamente la presunta utilità della chiusura degli impianti poco redditizi. Non è assolutamente vero che il mercato lasciato a se stesso produce una condizione ottimale, anzi si manifesta costantemente il contrario: il mercato di per sé non può tenere conto di tutti i fattori, e richiede interventi correttivi, per evitare ogni sorta di effetti perversi. Come la tendenza al monopolismo, già chiaramente individuata da Marx e confermata dai fatti in molti settori dell'economia: tanto per fare un esempio, senza gli interventi dei governi oggi ci sarebbe un unico produttore mondiale di aeroplani civili.

Negli ultimi anni il mercato che domina è il mercato globale del capitale, dove l'unico obiettivo è la massimizzazione del valore delle azioni e non, come accadeva nel capitalismo tradizionale, la produzione di dividendi. Come spiega Gallino, l'impostazione della conduzione delle imprese sulla creazione del valore ha in realtà causato enormi distruzioni di valore, a causa della gestione irresponsabile basata unicamente sulla massimizzazione del valore azionario a breve termine. Il prevalere del valore dell'azione sul dividendo rimuove l'incentivo all'investimento produttivo ed alla reale efficienza delle aziende, sostituito dal premio alla riduzione (downsizing) delle società sia in termini finanziari sia di capitale umano.

E' chiaro che la scarsa propensione agli investimenti a lungo termine blocca non solo l'adeguamento dell'industria petrolifera, ma anche la ricerca di fonti alternative. Nello stesso tempo, il fatto che il prezzo sia determinato dal mercato e non dai costi fa sì che i profitti delle compagnie petrolifere e degli Stati che hanno il controllo delle riserve siano sempre più elevati. E' tipico del sistema economico attuale che questi profitti non siano reinvestiti nell'industria energetica ma semplicemente trasferiti a dirigenti, azionisti, esponenti dei governi. Enormi risorse che consentirebbero di sviluppare quel che ci serve per il dopo petrolio sono invece utilizzate a fini privati e di potere. L'incremento degli utili delle grandi compagnie petrolifere, determinato dal prezzo attuale del petrolio, si valuta in centinaia di miliardi di dollari che, se investiti opportunamente, consentirebbero di risolvere tutti i problemi dell'energia, della disponibilità di lavoro e nutrimento per la popolazione umana e qualunque altro fine possiamo concretamente prospettarci in questo momento storico - ad esempio un programma spaziale degno di nota.

L'industria mondiale del petrolio sta drenando le risorse finanziarie del mondo, vanificando tutti i progressi di produttività dell'economia mondiale e azzerando le potenzialità di crescita della nostra economia, soprattutto quella dei paesi europei, dell'Italia in particolare.  Sembra però che non riesca a rallentare lo sviluppo della Cina e secondariamente dell'India. Ma la Cina punta per la produzione di energia elettrica soprattutto su idroelettrico e carbone, pur essendo diventata il secondo consumatore mondiale di petrolio. Per una serie di fattori non legati all'energia, la Cina sta diventando il centro dello sviluppo economico mondiale, e il prezzo del petrolio finisce per essere limitante non per essa ma per tutti gli altri, che comunque ne dipendono, e ne subiscono le conseguenze in modo ancor più serio per la scarsa crescita delle proprie economie.

Il picco del petrolio

Ormai il concetto di "picco petrolifero", basato sulla teoria di Hubbert, è sempre più noto e diffuso, anche se incontra oppositori in vari campi, da quello dell'industria stessa del petrolio ad alcuni insospettabili ambientalisti. Il concetto di base è che per qualunque materia prima di cui esiste al mondo una quantità finita, trattandosi di una risorsa non rinnovabile, esiste un momento in cui si raggiunge il massimo della produzione, dopo il quale la disponibilità della risorsa cala costantemente ed il prezzo cresce in corrispondenza. Questo punto di picco viene raggiunto, secondo l'impostazione di Hubbert, quando la metà della risorsa è stata consumata. Accade infatti che a quel punto non è più possibile alimentare l'incremento di produzione con l'apertura di un numero sufficiente di nuovi impianti estrattivi, a compensazione di quelli che via via si esauriscono: il numero degli impianti che chiudono per esaurimento controbilancia e poi supera quello dei nuovi.

Tokyo Night

Solo allora nasce una spinta strutturale al rialzo del prezzo, che fino a quel momento oscillava liberamente sotto l'effetto delle situazioni contingenti del mercato, incluse le crisi politiche come quella del 1973, quando l'OPEC ridusse la produzione drasticamente per appoggiare i paesi arabi in guerra contro Israele. 

Oggi l'OPEC, che non rappresenta più la maggioranza dei produttori, non sta affatto limitando la produzione. Tutti concordano che soltanto l'Arabia Saudita ha ancora margini di incremento, che  però riguardano essenzialmente greggio di tipo scadente poco richiesto sul mercato.

Al di là dei dettagli della teoria, rimane comunque vero che il petrolio esistente al mondo è in quantità finita; in base alle informazioni che abbiamo, sembra che siamo davvero molto vicini ad averne consumato la metà. Forse il picco è già stato raggiunto proprio quest'anno, oppure l'incremento di prezzo ed il calo di disponibilità che notiamo è in anticipo sul vero picco, per via dei fattori contingenti che abbiamo descritto più sopra. In ogni caso, il picco è vicino. Un'analisi precisa non è possibile a causa dell'inaffidabilità dei dati disponibili: in pratica, molti produttori mentono sulla reale consistenza delle loro riserve (qui trovate ancora un articolo della BBC). Tanto per fare un semplice esempio, alcuni paesi dichiarano da decenni riserve sempre uguali anche se l'estrazione continua e non si scoprono nuovi giacimenti.

I negatori di quest'analisi, come William Bowles, autore dell'articolo collegato qui, non possono far altro che basarsi sull'idea che esistono enormi riserve di petrolio non ancora scoperte. Sostengono che l'aumento del prezzo è dovuto unicamente ad azioni di cartello, pilotate dalle grandi compagnie angloamericane. Certo, sappiano che circolano dati inesatti sulle riserve, ma tutti gli indizi puntano verso una loro consistenza minore del dichiarato, non maggiore. Questo per il semplice motivo che sia i paesi produttori sia le compagnie transnazionali hanno interesse a dichiarare riserve elevate, per attrarre investimenti (i governi) e per alzare il valore delle proprie azioni (le compagnie). Inoltre l'OPEC basa il suo sistema delle quote sull'entità delle riserve, un criterio sensato che implica che ciascuno produca in base a quanto petrolio possiede, però questo induce chi vuole produrre di più per aumentare i propri utili a sovrastimare le proprie riserve. E' un fatto evidente a tutti che da decenni non si scoprono giacimenti petroliferi importanti in aree nuove, né si fanno nuove scoperte significative nelle solite aree già note.

Gli oppositori dell'analisi di Hubbert, come Bowles, dovrebbero dare esempi concreti di riserve "nascoste" o di ritrovamenti "inaspettati", quando invece si sa che la maggioranza dei produttori tende a dichiarare riserve superiori al vero.  L'altro lato della loro argomentazione è che il prezzo del petrolio è oggi enormemente più alto del costo di produzione. E' assolutamente vero - ma per tutti i prezzi, in un sistema liberista, vale il principio che non sono determinati dal costo! I prezzi delle merci sono determinati dal mercato, il costo di produzione interviene semplicemente come limite: quando per un prodotto l'offerta supera grandemente la domanda il prezzo scende fino al punto che ciascuno è obbligato a proporre un prezzo minimo, che può addirittura scendere sotto il costo per almeno una parte dei produttori. Questa è la situazione dei mercati altamente concorrenziali ed a basso valore aggiunto, ad esempio quello del tessile di livello economico: la maglietta made in China impone a tutti lo standard di prezzo, a parte i prodotti delle grandi griffe. Per il petrolio non vale, e qui sta il problema: l'eccesso di domanda fa salire il prezzo a parità di costo.

Il nocciolo del problema

Il petrolio è un prodotto oggi irrinunciabile. Ridurne il consumo vuol dire ridurre tutta l'attività economica, cioè andare in recessione, perché l'energia derivata dal petrolio entra virtualmente in ogni settore dell'economia ed è, in questo momento, insostituibile. A fronte di una domanda sempre crescente, abbiamo una produzione ormai giunta a saturazione, per vari motivi. Se si trattasse soltanto della volontà dei produttori di speculare al rialzo, avremmo la possibilità di risolvere la crisi nel  breve, ma resta pur sempre vero che si tratta di una risorsa limitata e che prima o poi la riduzione della disponibilità sarà dovuta soltanto alla geologia, e non alla volontà umana. Ci sono molti elementi per ritenere che la geologia sia già entrata in gioco - che le riserve di petrolio mondiali siano sostanzialmente quelle già scoperte. Si può ipotizzare che i sognatori come Bowles abbiano ragione e che immense riserve non scoperte ci attendano, ma vorremmo sapere dove cercarle. Se il petrolio non è un prodotto di origine biologica ma primordiale, si sviluppi la teoria e si dimostri, come si usa in campo scientifico, che è verificata sul campo.

Nel frattempo, sembra decisamente più ragionevole adoperarsi per sfuggire a questa situazione progettando e realizzando l'uscita progressiva del sistema energetico mondiale dalla dipendenza dal petrolio. Questo sarebbe auspicabile in ogni caso, perché l'uso del petrolio ha conseguenze ambientali altamente negative, a partire dal problema del surriscaldamento della Terra. Continuando ad immettere CO2 nell'atmosfera stiamo cambiando il bilancio termico del pianeta e la stessa chimica dell'atmosfera e dell'idrosfera. Se davvero esistessero enormi riserve di petrolio non scoperte, sarebbe in realtà un disastro, perché questo ci indurrebbe a continuare con l'attuale sperpero di energia fino a quando non avremo alterato l'ambiente terrestre ad un punto tale da causare la nostra stessa fine. Si tratta infatti di noi, non dell'ambiente: la Terra si riprenderebbe e si svilupperebbe in altri modi, come ha fatto più volte in occasione delle estinzioni di massa note ai geologi ed ai paleontologi. E' già accaduto, nell'estinzione del Permiano, che scomparissero il 90% delle specie viventi - per essere sostituite da altre.  Vogliamo scomparire anche noi? Gli eventi di questi giorni non hanno solo un peso emotivo: è dimostrato che uragani e altri eventi atmosferici violenti sono aumentati di frequenza in modo significativo, mentre il mondo intero riscontra alterazioni del clima, a volte apparentemente nel senso del raffreddamento (quando si parla di riscaldamento globale si intende la media delle temperature nel mondo e nell'anno solare - localmente si possono avere temporanee diminuzioni, dovute alla diversa circolazione atmosferica).

Non si vedono a questo proposito molti segnali positivi. Le nuove economie in fase di sviluppo si basano sui soliti schemi. Come abbiamo visto, la Cina è ormai seconda solo agli USA per i consumi di petrolio, ma ricorre massicciamente anche al carbone per la produzione elettrica. Questo ovviamente introduce un peggioramento ulteriore delle conseguenze ambientali.

Possiamo vedere quali idee circolano leggendo l'articolo di Davide Tabarelli sul Sole-24 ore dell'11 agosto scorso: depreca che non si riesca a realizzare nuovi impianti come il terminale gas di Brindisi per l'opposizione ambientalista, invita chi gode di grandi utili a reinvestirli invece di trasferirli agli azionisti, invita ad accrescere l'uso del carbone, conferma la necessità di investire di più sulle raffinerie  e da ultimo invita a lavorare sul risparmio e sulle nuove fonti di energia. Nulla di nuovo, l'analisi è confermata, ma preoccupa che si inviti a ritornare al carbone che comunque produce effetto serra in modo sproporzionato, anche se tutte le altre forme di inquinamento, dallo zolfo alle polveri, vengono risolte con complessi sistemi di abbattimento. Inoltre la citazione del risparmio e del ricorso ad altre fonti sembra fatta più per dovere che per convinzione. Manca un punto importante: lo svincolo del prezzo del gas da quello del petrolio. Perché dobbiamo pagare di più il gas quando cresce il prezzo del petrolio? Dovrebbe esistere un mercato indipendente per il gas.

E' necessaria soprattutto una forte azione perché si investa nella progressiva sostituzione del petrolio. Il carbone non è una soluzione, come non lo è, sul lungo termine, neppure il nucleare da fissione. Il petrolio è indispensabile, oggi, per il sistema dei trasporti in primo luogo. Non si deve poi dimenticare la petrolchimica, dove il petrolio è assolutamente insostituibile, tanto da far pensare che sia poco sensato bruciarlo per produrre energia, distruggendo una risorsa importantissima che ci serve per produrre a basso costo ed in quantità notevoli materie plastiche ed altri derivati ormai indispensabili per la nostra vita quotidiana.

In questi giorni vediamo come l'industria petrolchimica sia importante, attraverso  le conseguenze dell'uragano Katrina, che ha colpito duramente l'industria americana che è ubicata in prevalenza in Lousiana e Mississippi, per via della vicinanza alla fonte della materia prima. Non si tratta soltanto di energia, ma di un ampio spettro di prodotti che dal petrolio derivano, a partire dai vari tipi di materie plastiche, che hanno rimpiazzato il legno ed i metalli come costituenti base o almeno accessori dei manufatti umani.

http://www.comciencia.br/reportagens/nuclear/nuclear01.htm

Un tornado negli Stati Uniti

Lo spettro dell'effetto serra

Come abbiamo visto, l'attenzione di tutti gli operatori dell'energia si sta concentrando sula fonte energetica più abbondante ancor oggi è il carbone. Con il prezzo attuale del petrolio e del gas il carbone è abbondantemente competitivo - peccato che una centrale a carbone da 1000 MW produca 6 milioni di tonnellate di CO2 all'anno!

Sembra poi che la Cina, disponendo di quantità significative di carbone, intenda ricorrere in modo significativo alla produzione di benzina sintetica con i metodi già utilizzati su larga scala dalla Germania nella II Guerra Mondiale. Questi metodi stanno diventando economicamente competitivi, dato il prezzo raggiunto dal petrolio.

 Dal punto di vista ambientale ci sono soltanto svantaggi: un'automobile a benzina che usi il prodotto sintetico ricavato dal carbone causa emissioni di anidride carbonica doppie rispetto ad una alimentata con benzina ricavata per raffinazione del petrolio.

Le trasformazioni climatiche sono oggi un fatto, non un'ipotesi. A parte il suo tremendo impatto fisico e mediatico, l'uragano Katrina ci ricorda che la frequenza degli uragani nel mondo è raddoppiata negli ultimi anni. Il maggior contenuto energetico dell'atmosfera è ormai evidente e si manifesta appunto tramite fenomeni di intensità maggiore del normale, oltre ad inaspettate alterazioni del clima in tutto il mondo. L'anidride carbonica nell'atmosfera è passata dalle 280 ppm dell'era preindustriale alle 380 di oggi - e sembra che metà di quella da noi prodotta in eccesso sia finita disciolta nell'oceano, altrimenti il numero sarebbe assai maggiore.

L'articolo di Robert Socolow Seppellire l'effetto serra, pubblicato su Le Scienze di settembre 2005 tratta delle possibili soluzioni per rimuovere l'anidride carbonica dai gas emessi dagli impianti energetici e da quelli per la produzione di combustibili derivati, dal syngas alla benzian sintetica, per intrappolarla in depositi sotterranei.  Ma l'idea di immagazzinare sottoterra la CO2 prodotta va incontro a difficoltà evidenti: data l'enorme quantità di gas in gioco, non sembra credibile che si possa trovare una soluzione fattibile e sicura. La sicurezza riguarda ovviamente il rischio di fuoriuscita del gas intrappolato: se anche sfuggisse lentamente nel corso di anni, questo basterebbe a vanificare del tutto l'operazione di seppellimento. Una fuga abbondante ed improvvisa, come fa notare Socolow stesso, potrebbe causare danni gravissimi causando la morte per soffocamento di ogni essere vivente nell'area colpita (tutti conosciamo la pericolosità dell'anidride carbonica da questo punto di vista, ogni anno capitano incidenti in pozzi o cantine dove essa si accumula per vari motivi, tra cui la fermentazione alcolica). Per di più la CO2,  a differenza delle scorie nucleari, non decade nel tempo. E' sconvolgente che ci si preoccupi tanto della durata secolare o millenaria delle scorie nucleari, e non di proporre l'immagazzinamento perpetuo di volumi enormi di una sostanza stabile! Tra l'altro l'anidride carbonica si scioglie in acqua formando acido carbonico - il che comporta il rischio, anzi la certezza, di acidificare le acque sotterranee nelle zone di accumulo, trasformando le falde acquifere in bibite gassate! Tra l'altro, è quello che sta accadendo addirittura all'oceano, che già oggi ha una composizione alterata. Si dovrebbero cercare zone aride e stabili, esattamente come per le scorie nucleari. Non riesco poi neppure ad immaginare come si possa trasportare la CO2 dai punti di produzione a quelli di stoccaggio in modo economicamente accettabile.

Il ricorso all'idrogeno non risolve nulla se la fonte energetica per produrlo è il carbone, lasciamo da parte il petrolio perché stiamo cercando alternative. Supponendo di parlare di carbone, produrre idrogeno da esso comporta emissioni di CO2 ancor maggiori rispetto all'uso diretto, perché la trasformazione comporta una perdita di efficienza e quindi un maggior consumo di carbone a parità di energia fornita all'utente finale.

Le biomasse hanno il vantaggio di utilizzare il carbonio sottratto all'atmosfera, consentendo a regime un bilancio nullo o quasi delle emissioni di CO2. Sicuramente possono avere un ruolo significativo, specialmente se si parla di combustibili per l'autotrasporto, in quanto consentono di produrre combustibili liquidi compatibili con i motori attuali con poche modifiche. Anche la produzione di energia elettrica in piccoli impianti è un'opportunità da considerare, mentre è improponibile la realizzazione di impianti grandi per la difficoltà del trasporto del combustibile, che costituisce una causa di inefficienza fatale a questo tipo di fonte energetica.

Sarebbe comunque da evitare l'uso di vasti territori agricoli per coltivazioni specificamente destinate all'uso energetico: l'efficienza del processo è scarsa e si creerebbe una competizione inaccettabile con la produzione alimentare e la conservazione dell'ambiente naturale. Inoltre l'uso di fertilizzanti per la produzione agricola a sua volta comporta consumo di petrolio, con la tecnica attuale - ed i prodotti agricoli hanno pesi e volumi tali, rispetto al contenuto energetico, da renderne molto inefficiente il trasporto, il che causa ulteriori consumi di combuistibile. E' invece molto sensato produrre energia da materiali di scarto o comunque di basso valore, ma certo non è questa la soluzione globale che cerchiamo.

L'energia nucleare rimane nonostante tutto un'opzione importante. Si deve infatti notare che essa non causa emissioni significative in atmosfera, mentre consente la produzione concentrata di energia che il nostro attuale sistema economico e sociale richiede. Le campagne contro di essa condotte per anni dai movimenti ambientalisti hanno lasciato il segno sull'opinione pubblica, tanto da rendere molto difficile un suo ritorno in Italia, mentre in altri paesi la situazione è più aperta - sembra ad esempio che la maggioranza degli svedesi abbia ora cambiato idea. Una volta rimossi i pregiudizi ogni soluzione deve essere valutata per quello che è, con vantaggi e svantaggi. Anche le fonti predilette dagli ambientalisti hanno svantaggi notevoli dallo stesso punto di vista ambientale. Il vero svantaggio dell'energia nucleare è quello di non essere una soluzione a lungo termine: già soltanto con l'attuale consumo, le scorte di U235 sono destinate a non durare più di qualche decennio. Il ricorso ai reattori veloci autofertilizzanti (FBR) consentirebbe di prolungare la disponibilità di combustibile nucleare ad oltre un secolo, tramite la trasformazione di U238 in plutonio, ma richiederebbe appunto la produzione e la gestione di grandi quantità di plutonio, sostanza estremamente pericolosa anche in piccola quantità, in impianti complessi e vulnerabili. Quindi si può soltanto proporre di conservare in uso le centrali attuali e proseguire con progetti limitati, allo scopo di mantenere la diversificazione.

Soluzioni?

Possiamo continuare ad enumerare possibili soluzioni parziali, ma occorre in primo luogo rendersi conto che il problema fondamentale non è quello dell'energia, ma di un sistema politico ed economico sprecone e distruttivo, che sta esaurendo le risorse del pianeta. Abbiamo visto come il capitalismo finanziario impedisca strutturalmente gli investimenti a lungo termine e come l'attuale gruppo dirigente americano indirizzi tutte le risorse unicamente alla potenza militare anziché alle iniziative di sviluppo. Il loro sistema energetico è uno sfacelo: il 5% della popolazione mondiale consuma il 25% dell'energia. Se il terrestre medio consumasse come un americano, occorrerebbe quintuplicare la produzione attuale di energia. Non possiamo poi aspettarci lungimiranza da chi spende centinaia di miliardi di dollari in guerre e taglia i fondi (pochi milioni di dollari) necessari per il rinforzo degli argini a New Orleans, con i risultati che abbiamo visto. Sì, i fondi per gli argini e altre opere analoghe sono stati tagliati negli scorsi anni, per finanziare le imprese militari e la riduzione delle tasse, come ha denunciato il Washington Post: il disastro era assolutamente prevedibile.

Così andiamo incontro al disastro climatico globale, inermi come gli abitanti di New Orleans di fronte a Katrina. I signori del petrolio sono i padroni del mondo e vediamo i segni del loro dominio.

Non si può pensare, dunque, che la soluzione si trovi senza una trasformazione generale del modo di vivere. 

Chasseur d'Etoiles

Il sistema del capitalismo finanziario a guida petrolifera è in crisi ed abbiamo di fronte due sole possibilità: cambiarlo deliberatamente in modo progressivo, oppure attendere che ci porti ad un disastro generale, dal quale scaturirà un mondo nuovo in modo traumatico.

Tornando al tema del petrolio, il suo progressivo abbandono come fonte di energia consentirebbe anche di preservarlo per gli altri usi. Per questo è urgente ritornare allo sviluppo di altre fonti.  Quali però? La risposta migliore è che occorre una grande diversificazione, che favorisca le risorse rinnovabili e disponibili localmente, senza però trascurare l'opportunità di un rilancio temporaneo delle fonti "dure" tradizionali come il nucleare da fissione. Questo allo scopo di guadagnare tempo per lo sviluppo ulteriore della fusione nucleare, su cui si lavora ancora troppo poco, e del solare nelle sue varie forme dirette ed indirette (eolico, biomasse).

Premessa generale, comunque, è che l'era dell'energia a basso costo è finita ed occorre in primo luogo evitare gli sprechi. Non potremo continuare all'infinito ad utilizzare scatole di metallo (con ruote) della massa di una o due tonnellate per portare in giro uno o due esseri umani. Non potremo adottare il condizionamento dell'aria nelle case in tutto il mondo - non fa neanche bene alla salute. Basta andare in provincia di Bolzano per vedere case che pur nel clima di lassù quasi non hanno bisogno di riscaldamento d'inverno, grazie a soluzioni costruttive opportune ed all'uso di materiali poveri e comuni; analogamente, adottando opportune soluzioni si può ottenere il fresco (non il freddo) d'estate senza consumare kilowatt per il condizionamento, le tecnologie sono quelle note da secoli a tutte le civiltà umane non insensate come la nostra. Purtroppo abbiamo milioni di metri cubi di edifici gravemente inefficienti dal punto di vista energetico, che non possiamo demolire e ricostruire in massa.

La soluzione al problema dell'energia non è semplice né immediata, ma un altro punto decisivo sarebbe il taglio netto delle risorse destinate agli armamenti, per le quali non vi è oggi alcuna giustificazione, da dirottarsi a scopi più utili, come lo sviluppo delle nuove fonti di energia. La guerra in Iraq è costata finora una cifra molto superiore al costo dell'intero programma Apollo, riportato ai valori attuali, ed il suo unico scopo è quello di prendere il controllo di una parte delle risorse petrolifere rimaste al mondo. Dedicando cifre analoghe alla ricerca ed agli investimenti nel campo dell'energia, si potrebbe gestire l'uscita dall'economia del petrolio senza traumi.

Non possiamo però cambiare il mondo in un istante. Siamo dentro fino al collo nell'economia del petrolio, e liberarcene richiederà enormi sforzi. Speriamo che i disastri prodotti dall'attuale amministrazione americana, che di questo dominio petrolifero è insieme il vertice politico e l'epitome simbolica, abbiano almeno l'effetto positivo di aprire gli occhi a chi ancora non ha capito dove siamo diretti e causare l'avvio dell'estromissione di quei personaggi dal potere.

Alberto Cavallo

Bibliografia

Elenco qui i libri citati, per facilitare il lettore.

GALLINO, LUCIANO, L'impresa irresponsabile, Einaudi, Torino 2005.
Analisi fondamentale dei motivi per cui il sistema economico attuale sta funzionando molto male.

GOODSTEIN, DAVID, Out of gas: The End of the Age of Oil, W.W.Norton & C, 2004, trad. it. Il mondo in riserva, Università Bocconi Editore, Milano 2004.
Un'ottima introduzione generale al problema della politica energetica, rivolto anche e soprattutto a chi non è un tecnico del settore energetico.

BARDI, UGO, La fine del petrolio, Editori Riuniti, Roma 2003. La parte di analisi è molto precisa e ben documentata. Personalmente non condivido del  tutto l'impostazione della seconda parte, sulle possibilità e proposte di alternativa, ma si tratta comunque di un testo altamente interessante e consigliabile.

 

 [023.AC.TDF.2005 - 10.11.2005]